La sanità moderna si prospetta spesso come un labirinto, sotto diversi aspetti: efficienza, bravura del personale medico, possibilità di accesso alle cure e alla programmazione delle visite più o meno celermente, chiarezza delle informazioni mediche e organizzativo/burocratiche. Tutto ciò dipende anche da quanto velocemente e accuratamente le stesse informazioni “viaggiano” tra i diversi sistemi. Se soggetti diversi usano strumenti diversi questo comporta un inceppamento del flusso: per quanto riguarda l’ambito digitale, questo vuol dire che software diversi archiviano dati in formati incompatibili.
Da tempo, dunque, si parla di “interoperabilità”, parola e concetto essenziale per superare questo tipo di ostacolo.
Il Modello di Interoperabilità della Pubblica Amministrazione (ModI)
Per arrivare il prima possibile ad un dialogo tra soggetti e sistemi che sia davvero uniforme è stato studiato il Modello di Interoperabilità della Pubblica Amministrazione (ModI), che individua tecnologie e standard che le Pubbliche Amministrazioni devono considerare per la realizzazione dei propri sistemi informatici. Esso rappresenta “un asse portante del Piano Triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione, necessario per il funzionamento dell’intero Sistema informativo della PA. Il modello rende possibile la collaborazione tra pubbliche amministrazioni e tra queste e soggetti terzi, per mezzo di soluzioni tecnologiche che assicurano l’interazione e lo scambio di informazioni senza vincoli sulle implementazioni”
L’interoperabilità in ambito sanitario
Provando a semplificare , l’interoperabilità è la capacità di due o più sistemi (software, dispositivi o applicazioni) di scambiare informazioni e di utilizzare i dati scambiati in modo significativo.
Il sistema ricevente comprende esattamente ciò che è stato inviato e questo può essere garantito su tre livelli:
- quello tecnico, per cui deve esistere un collegamento fisico e di rete tra sistemi;
- quello relativo al formato dei dati, che deve essere comune;
- quello legato al significato dei dati, che deve essere preservato e comprensibile universalmente (es. un codice diagnostico deve significare la stessa patologia per ogni software).
FHIR: Il nuovo standard per “parlare la stessa lingua”
Per raggiungere l’obiettivo dell’interoperabilità, uno strumento giusto per raggiungerlo è FHIR (Fast Healthcare Interoperability Resources): sviluppato dall’organizzazione internazionale HL7, è uno standard di nuova generazione progettato per facilitare lo scambio di dati sanitari elettronici.
Circa dieci anni fa, all’interno dell’organizzazione – responsabile della standardizzazione dei dati sanitari a livello mondiale – è stata istituita una task force che risolvesse il problema della connessione di dati distribuiti tra sistemi e strutture sanitarie differenti: il nuovo, creato da zero, è appunto FHIR.
Quest’ultimo si sta rapidamente diffondendo nel mondo sanitario grazie alla flessibilità e la facilità con cui è possibile consultare dati e documenti ed è per questo il prescelto per il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE 2.0) e la Piattaforma Nazionale di Telemedicina.
Come descritto nell’articolo HealthTech360:
Le nuove tecnologie web su cui si basa comportano un grande miglioramento in termini di risorse (es. paziente, farmaco, osservazione, diagnosi) con un identificativo univoco; velocità, perchè può essere implementato rapidamente dagli sviluppatori; accessibilità, grazie alla facilità con cui i dati possono essere consultati anche da dispositivi mobile e app – non solo da grandi server ospedalieri.
L’impatto reale ed esempi pratici
Come è stato più volte ribadito anche nei contributi pubblicati su questo blog, quando sistemi e soggetti possono dialogare facilmente e velocemente tutti ne traggono giovamento: se i sistemi “parlano la stessa lingua”, questo aspetto è ancora più facilitato e il carico burocratico diminuisce, lasciando spazio ad un miglioramento del lavoro e delle relazioni.
Prendiamo ad esempio una dimissione ospedaliera: grazie a FHIR, il riassunto clinico confluisce istantaneamente nel sistema del medico di medicina generale o in una piattaforma di telemedicina, senza errori di trascrizione, ritardi, sovrapposizioni e a favore di una continuità terapeutica immediata che non si blocca nel passaggio ospedale / medico di base.
Ancora, in merito ad esami di laboratorio e refertazione automatica: l’interoperabilità “semantica” garantisce che un valore di “glicemia” sia interpretato allo stesso modo da chiunque. Grazie a FHIR e all’uso di codici standard, il software riconosce automaticamente che quel dato è un valore di laboratorio, lo inserisce nella sezione corretta della storia clinica e, se il valore è fuori norma, può generare un alert automatico per il medico, importando così dati intelligenti.
Il flusso dei dati al centro dei software dedicati agli operatori sanitari
Così come il riferimento agli standard internazionali è il requisito fondamentale per non restare isolati e per garantire la massima interoperabilità ed evitare l’isolamento tecnologico, allo stesso modo nella scelta rispetto ad un software gestionale o di una cartella clinica elettronica è necessario optare per sistemi che garantiscano un flusso di dati il più possibile condiviso tra gli operatori .
Sia nel primo che nel secondo caso tutti i soggetti coinvolti hanno le informazioni a portata di mano per una cura efficace, sicura e personalizzata e per migliorare la qualità dei servizi sanitari e sociosanitari, garantendo interventi puntuali e di alta qualità al paziente.
Liberare il tempo, usarlo meglio
Queste riflessioni e gli esempi dimostrano che l’interoperabilità non serve a “far parlare i computer”, ma a liberare il tempo degli operatori e, di riflesso, anche di pazienti e familiari per migliorarlo: da questo punto di vista un esempio è b.ADI, software di assistenza domiciliare di Netpolaris.
Quest’ultimo è infatti in grado di integrarsi con i sistemi che richiedono il FHIR comunicando con il sistema regionale SGDT della Regione Lombardia nella rendicontazione.
In generale, interoperabilità vuol dire che l’operatore non deve più agire da “ponte umano” trasportando informazioni da un sistema all’altro: lo standard FHIR agisce come un “traduttore universale”, garantendo il passaggio di ogni dato da e verso un ospedale, un laboratorio, un medico o un dispositivo indossabile in modo che sia pronto, leggibile e utile per la decisione clinica.






